IL SEGNO DEGLI SCALPELLINI A VEZELAY
di Ferzini Frans (2001) © L'Informatore del Marmista, Verona, Giorgio Zusi Editore, n.480, pp. 40-42
In un piccolo villaggio borgognone una basilica testimonia
il lavoro dei "costruttori di cattedrali".
Vézelay è un piccolo villaggio borgognone dalle stradine in salita
che con severità e tenerezza conducono alla basilica di Sainte
Marie-Madeleine, la cui mole domina il punto più alto nell'attesa
immobile e serena della "venuta dei cieli". Dal piazzale la basilica
gioca coll'immutato orizzonte, aperto sul susseguirsi delle colline
del Morvan e sul fondo della Valée de la Cure, da cui Girard de
Rossillon stabilì nell'860 circa, la comunità monacale che porterà
alla fondazione della basilica di Vézelay. L'armonia basilicale con
la natura circostante mi offre l'esempio sintonico tra realizzazione
divina e costruzione dell'uomo, osmoticità che portano all'opera
finita. Un negozio vicino, il Magasin du Pelerin, mi rammenta che il
monastero è uno dei quattro punti di partenza delle strade per
Compostela: la Via Lemocivensis.
La storia non avrebbe conservato il ricordo di questo monastero se
all'inizio dell'XI secolo non fosse sorto un culto straordinario a
Maria Maddalena, attorno alle sue preziose reliquie conservate a
Saint-Maximin - La Sainte-Baume e qui a Vézelay. Una moltitudine di
pellegrini accorrono per venerare colei la quale "così tanto piacque
a Dio, il suo amor puro..."; gli scultori si prodigarono a riempire
di forme e segni della più grande tradizione, simbolica spesso
occultata e offuscata dalla magnificenza del timpano del nartece e
dalle storie narrate nel corteo di capitelli nelle navate. Le tracce
più intime le scopro nel senso simbolico della porta nel nartece e
nel luminoso deambulatorio ricco di segni lapidari e di luce.
Superato il portale d'entrata, da quella facciata, la cui struttura
originale del 1150, è stata variata con un'aggiunta di un frontone
gotico nel 1250, si accede al nartece sulla cui parete ovest, un
secondo portale è campeggiato da un maestoso timpano in cui la
figura del Cristo, si muove nella sua forma jeratica e allargando le
braccia afferma: "Io sono la porta!". Dalla penombra del nartece si
apre un cammino luminoso, ritmato da colonne che conducono la
pacatezza luminosa all'intensità sfavillante del coro. Ciò che può
apparire separazione è in realtà di sorprendente continuità.
I costruttori conferirono alla pietra l'idea della continuità
progressiva dal peso oscuro alla leggerezza totale della luce.
Ecco il particolare senso di "passare" dalle tenebre dell'ovest alla
luce del sole nascente, trionfo definitivo del Cristo sulla morte.
Non a caso il nartece era definito nel XII secolo, "Galilea",
proprio perchè il Cristo dicendo a Maria Maddalena "Io vi precederò
in Galilea" precisa che la Galilea è il "Luogo del passaggio", la
"Porta stretta" che conduce alla resurrezione. "Luogo di passaggio"
era pure in aramaico, il luogo in cui Giovanni battezzava e nel
quale designò Cristo come Agnello di Dio; chi varca la soglia del
nartece della Maddalena è accolto da una chiarificazione dell'occhio
e dell'anima.
La contrapposizione al regno della morte è quello dell'est, là ove
il coro diviene deambulatorio nel continuo spaziale che dal
colonnato delle navate s'innesta, morbido ed armonico nelle graziose
cappelle disposte a raggiera, in un insieme di universale geometria.
Ordine, misura e bellezza, sono le regole compositive da imitazione
dell'opera di Dio, il costruttore medievale, affascinato dalla
bellezza universale vuole edificare "l'anticamera del cielo", come
Salomone costruisce secondo totale sottomissione alle norme fissate
dal cosmo il quale "...narra la gloria di Dio e l'opera delle sue
mani annunzia il firmamento" (Salmo 18,2).
E' qui, nel deambulatorio che lo scalpellino ha impresso il suo
marchio compagnonico, una misteriosa pentalfa, stella dal segreto
del numero d'oro, marchi personali e soprattutto foglie lobate
scolpite in pieno fusto colonnare, antico simbolo corporativo il cui
segreto è addirittura radicato nei più profondi arcani d'origine
celtica: la Confédération Eduenne dei Centonaris.Tutti segni
comunque a definire il senso profondo dell'esser costruttori di
cattedrali, percepibile tuttavia in ogni plastica romanico-gotica,
nei costoloni, nelle modanature e nei rapporti di passaggio tra
basamento, fusto e capitello e in ogni luogo ove il rapporto
chiaroscurale sia evidente. Rapporto non solo atto a dichiarare il
valore volumetrico dei corpi, ma soprattutto la simbologia
tradizionale di "vita dell'uomo", l'ambivalenza di "materia
lavorata" la pietra e l'anima umana.
Non a caso, quegli scalpellini che hanno "firmato" le colonne del
coro, sono ancora quelli di oggi che presso i Compagnons du Devoir
de Liberté, hanno l'appellativo di Loup dal momento che il lupo è
animale apollineo, figlio di tenebra e come luce esce dall'ombra
divorandola, crea brani di luminosa speranza contrapposta agli
oscuri pozzi della coscienza.
|