IL SOGNO CATHARO

di Ferzini Frans (2003) © Marmor, Verona, Giorgio Zusi Editore, n. 8, pp. 32-35


Nella Francia prepirenaica, al limite estremo dei Corbières, si erge su un ardito spuntone di roccia, a pochi chilometri dal villaggio di Cucugnan, il castello catharo di Queribus che , situato a 728 metri d'altitudine, domina la piana del Roussillon sino al Mont Canigou, sacra vetta occitana a sud, alla rocca alleata di Peyrepertuse a nord-ovest ed ancora sino al mare di Perpignan a sud-est.

L'immagine è imponente: il donjon (torre) prismatico sulla cima d'una roccia verticale, con l'aspetto indomito ed imperturbabile sotto le potenti sferzate del vento pirenaico, è la stessa litica fermezza di Chabert de Barbaira, il "Leone da combattimento" che nel 1255, difendeva eroicamente l'accesso al castello dall'assedio dei Francesi impegnati nella "Santa" crociata contro Albigesi e Cathari.

Queribus cadde dopo tre settimane d'assedio, più per fame e sete che per potenza bellica. Chabert, preso prigioniero, riusci a liberarsi, fuggire e finire i suoi giorni nascosto nel Roussillon. Il Languedoc fu riunito al regno di Francia nel 1271 e per il catarismo fu la fine...ma Queribus è ancora là sul suo spuntone di roccia a gran testimonianza, con le sue urla nel vento, coi suoi segreti.

La storia narra di un primo insediamento nel 1020 da parte del conte di Besalu nel cui testamento il luogo è conosciuto col nome di Cherbucio, "luogo abitato sulla roccia", ma è un secolo più tardi che il castello ha preso una prima forma grazie all'appartenenza alla contea di Barcellona in virtù del matrimonio dell'ereditiera d'Aragona con il conte di Barcellona, Raymond Berenger IV.

Il vento "eretico" soffia da qualche tempo dai diversi focolai d'Europa ed in particolar modo nella Francia meridionale con i centri di Tolosa ed Albi, in modo tale che l'intero Languedoc e Roussillon abbracciano il credo catharista, sin al di là dei Pirenei. I Cathari professano la purezza (katharos=puro) e bontà in un credo misto di cristianesimo estremo e reincarnazione orientale, i sacerdoti praticano un rigoroso vegetarianesimo ed una completa castità che non piace al clero ufficiale e alla classe politica dominante che vedono l'allontanarsi delle fertili terre del sud dai forzieri del regno di Francia.

Dall'anatema alla crociata il passo è breve!

Nel concilio di Tour nel 1163, si dichiara l'atto di imprigionamento dei prìncipi cathari e la confisca dei loro beni, perfino Hildegarda von Bingen, a Colonia, è indignata della ferocia con cui la chiesa si accanisce contro gli Albigesi: "I prìncipi e le altre persone sono in cammino contro gli eretici e li uccideranno come lupi rabbiosi...".

Queribus rappresenta l'ultimo baluardo, l'ultima resistenza dei Cathari, e dopo l'ecatombe di grandi città e roccaforti imprendibili, la crociata di Innocenzo III, proclamata nel 1209, chiude il cerchio sui castelli del Roussillon con uno sterminio che dura sino al 1255 anno in cui il siniscalco di Carcassonne con l'appoggio del vescovo di Narbonne, intraprende l'atto finale: la presa di Queribus.

Ma le pietre ancora parlano, alcune urlano nel risultato oggi visibile del contrappunto tra cielo e forma, nei vari lavori eseguiti tra l'XI e il XV secolo. Innanzi tutto i tre recinti murari, aggrovigliati tra loro in un nodo indissolubile, in un piccolo e simbolico labirinto che dall'entrata del castrum, sale lungo il pendio roccioso, con scalinate scolpite nella roccia viva, talvolta in sensazioni aeree che il vento, costantemente forte in estate, accentua. Superate le mura fortificate si giunge finalmente alla corte, per nulla spaziosa limitata dal muro formante il "corps de logis", l'abitato, che taglia diagonalmente lo spazio della corte.

I costruttori cathari erano anch'essi mastri d'opera d'antica conoscenza, parte di quel compagnonaggio che aveva accompagnato i crociati in Terra Santa, costruttori di cattedrali ed ancor più di roccaforti come il famoso Krak, conoscitori della geometria sacra e del significato simbolico. Ed è qui che troviamo il senso più puro, nonostante la difficile adattabilità dello sperone roccioso. La costruzione si avvale del quadrato e del triangolo costantemente ruotati di pochissimi gradi in modo tale che le murature non siamo mai perfettamente parallele ma sfalsate man mano che si sale nei muri successivamente superiori e così il donjon superiore, prismatico ed avvolto su se stesso come una chiocciola, per nulla parallelo nelle murature, con misure disuguali e straordinario aspetto di una spirale allungata in una sezione aurea che sarebbe piaciuta a Federico II di Svevia.

Il donjon, vero gioiello, possiede due entrate, una dalla torre la cui sommità vertiginosa trova spazio per una restaurata cella campanaria, e l'altra attraverso la "salle du Pilier".

Le pietre tagliate ora a spacco ora riquadrate ad ascia non sono mai di perfetta fattura e formano una texture pesante, forte, lievemente bugnata, pur tuttavia di una incredibile perfezione nell'anatirosi (ndr: listello marginale ricavato nel blocco per migliorare la giunzione dei blocchi) che dona un'idea di grande compattezza d'insieme. L'unicità del tessuto e la differenza dei singoli moduli chiarificano il senso di "unione nella differenza", là dove ogni pietra è un fedele sostenitore dell'idea globale. L'anatirosi lavorata a scalpello rammenta quella tardo visigotica e d'oltre Pirenei e quella della chiese romaniche del sud francese, del Languedoc e della Provenza. Il caldo calcare del Midi che da ocraceo diviene rosato con il calar del sole vibra sulla superficie in un morbido chiaroscuro avvalorato dai colpi della subbia e vellutatamente appiattiti dalla layure (colpi d'ascia). Ma ecco la gran sorpresa: La "salle du pilier"! Questa era quasi sicuramente la cappella di Saint-Louis; ma non si possiede una sicura datazione, anche se riflette la pura teosofia cathara. Un pilastro posto al centro della sala sostiene simbolicamente l'intero donjon ed è illuminato dall'unica finestra esofora dell'intera costruzione. Su un plinto quadrangolare, simbolo della materia rettificata, poggiano due basi ottagonali, simbolo di resurrezione dai quali germina una colonna rastremata verso l'alto, senza entasi. Sia il plinto che la colonna sono lavorati alla subbia e a "grain-d'orge", l'ascia dentata, in una morbida crescita plastica che si raffina verso l'alto.

Il sommoscapo (ndr: parte superiore di una colonna) colonnare non possiede un capitello ma un complesso "tas-de-charge" con base anulare che sboccia improvvisamente in otto costoloni formanti quattro volte a crociera ogivale. Queste nervature prismatiche e a forte rilievo sono così dichiarate nella struttura da ricordare le raffinate skeleton voult dell'Inghilterra gotica; esse ricadono lungo il perimetro interno del donjon e si fermano nel cul-de-lampe, piccoli "pomi" fruttificati dall'albero mistico.

La tecnica operativa è qui perfetta nel taglio dei voussoirs formanti i costoloni, il calcare è trattato all'ascia e una piccola scanalatura solca l'intera costa sottile di ogni costolone. L'effetto chiaroscurale è sorprendentemente forte, i costoloni si aggettano dal profondo buio della coscienza in una chiarificazione di pura fede.

L'albero mistico germina nella spirale e nel cerchio, dalla fertilità della materia purificata, attraverso l'iniziatica morte ottagona. Sboccia in rami di conoscenza che toccati i vertici teosofici (chiavi di volta) ricadono nei frutti di saggezza a disposizione del mondo intero.

Il sogno catharo ha vinto!