NELLA VALLE DI SUSA IN PIEMONTE SI ESTRAEVA IL MARMO DI BUSSOLENO
di Ferzini Frans (1997) © L'informatore del Marmista, Verona, Giorgio Zusi Editore, n. 427, pp. 28-32
Tra i borghi di Foresto e Chianocco una serie di balze di
roccia chiara hanno ospitato nella storia importanti cave di marmo
da costruzione, rivestimento e decorazione.
In bassa valle di Susa, sulla sinistra idrografica di Bussoleno, un
territorio assolato e popolato da piccole quercette, compreso tra i
borghi di Foresto e Chianocco, è dominato da una serie di balze di
roccia chiara che hanno ospitato nella storia importanti cave di
marmo da costruzione, rivestimento e decorazione.
In particolare il paese di Foresto, situato a 2 Km circa ad ovest di
Bussoleno, è un borgo addossato all'omonimo "Orrido", una gola
profondamente incisa nel monte dal torrente Rocciamelone, che, con
pareti strapiombanti, ingoia come un Leviatano medioevale, le più
antiche case del paese e i resti d'un lebbrosario del 1500,
interamente costruiti con conci marmorei.
Una delle pareti dell'Orrido è formata da un modesto rilievo, il
Truch San Martino, alla base del quale, sul suo versante sud, vi è
tra le cave di Bussoleno, la cava di marmo più antica, che qui
assume il nome specifico di "Marmo di Foresto".
Alla cava si perviene mediante un sentiero proveniente dall'Orrido o
tramite un tratturo dietro il paese, per arrivare al modesto
piazzale di cava da cui si erge il fronte rozzamente coltivato ma
che costituisce l'esempio più antico di sfruttamento marmifero della
valle, dal momento che in epoca precristiana, sotto il dominio
romano, si toglievano marmi per operare alcuni interventi
architettonici nella città di Susa. Lo dimostra, in questa città, il
prestigioso Arco di Augusto, fatto erigere dal re celtico Cozio
nell'anno 9 a.C. in onore all'imperatore romano. L'arco è ad un solo
fornice con quattro colonne corinzie agli angoli e scene
storico-sacrificali sul fregio, scolpite in bassorilievo.
Nel fronte di coltivazione, di questa "cava-madre", si notano due
differenti cromatie di giacitura: una dominante, di colore assai
chiaro, composta di marmo bianco, scindibile, fessurato in alcuni
punti e più compatto in altri ed una fascia superiore, di minor
spessore, dal colore grigio chiaro, composta da un marmo cenerino.
Sono entrambi a struttura saccaroide e per dirla col Pieri "...assai
compatto, durevole e ben lucidabile (Dizionario dei marmi italiani,
Ed. Hoepli), proprietà queste che permisero lo sfruttamento della
"cava-madre", e le sue limitrofe, in epoche successive come avvenne
per la costruzione della facciata del Duomo di Torino, dedicato a
San Giovanni Battista alle soglie del Rinascimento.
Attaverso il "Liber Fabrice"* e il "Liber Iornatarum"** sappiamo che
nel corso del 1491 si dà l'avvio alla ricerca del materiale lapideo
sin dal mese di maggio, quando il giorno 18, giungono da Firenze,
con dieci giorni di viaggio, otto scalpellini capeggiati da
Bernardino de Antrino. Questi si recano dapprima nel marchesato di
Saluzzo a visitare le Cave di Isasca, dove eseguono qualche
insoddisfacente assaggio dopo ché, il primo di giugno, gli otto
scalpellini si spostano a Bussoleno dove un certo Michele Tornia,
cavatore, mostra loro il sito da cui estrarre i marmi, ovvero dalla
cava di Foresto e da altre piccole cave limitrofe sino al territorio
di Chianocco. Da quel momento il taglio e il trasporto a valle si
svolgono alacremente tramite l'impiego di manodopera e bovari del
luogo per il traino delle "lezade"***. Dalla fine di gennaio del
1492 le cave di Bussoleno riprendono la produzione, interrotta il
Natale precedente, iniziando il trasporto dei materiali cavati,
accumulatesi a fondo valle, sino a Torino mediante delle "navi",
ovvero delle chiatte trainate da cavalli, lungo il torrente Dora.
Gli scalpellini rimarranno alle cave di Bussoleno sino alla fine del
1493, per far poi ritorno a Torino per iniziare i lavori di decoro
del Duomo, non prima però di aver acquistato un prato a Chianocco
dove, il 2 settembre si iniziano a cavare marmi per i pilastri,
anche se il marmo risulta di qualità meno bianca e tendente
all'ocra. La facciata del Duomo testimonia l'abilità dei nostri
scalpellini, essa è interamente marmorea, come pure lo sono le
cornici, le 56 paraste, le colonnine ottagone, la cimasa e lo
zoccolo del basamento, la superficie si presenta di per sè elemento
decorativo dal momento che la modularità del rivestimento risulta in
un ritmo bicromatico, non ordinato, dei marmi bianco e cinerino,
abilmente acconciati da Bartolomeo dè Chiarri e dal già menzionato
Bernardino de Antrino, che avranno inoltre il compito di eseguire la
scalinata antistante il Duomo. Gli elementi decorativi più
importanti spettano all'architetto e scultore Amedeus del Caprino da
Settignano, detto Mheo, nominato "Magister Fabrice" dal cardinale
Domenico della Rovere nel 1492 "...ad usum boni magistri" con
l'aiuto dello scultore toscano Sandrino di Giovanni, autore tra
l'altro di una delle due stupende acquasantiere poste all'interno
ecclesiastico. A loro il compito di eseguire le decorazioni a
candelabra con foglie di quercia fruttate di ghiande a bassissimo
rilievo sulle lesene, gli angeli e i cherubini in bassorilievo sugli
strombi dei portali e la magnifica formella di centrarco del portale
maggiore con l'effige del Battista, con ai lati due angeli
contemplanti, il cui ricordo è squisitamente verrocchiesco al di là
della minor famigliarità con la quale, gli scultori toscani, debbono
aver operato nei confronti di una materia assai meno docile dello
statuario apuano.
Anche successivamente, in epoca barocca, le cave di Bussoleno
saranno sfruttate, soprattutto a Chianocco, per provvedere ai
pilastri e alle lesene utili al sostenimento delle volte di un nuovo
locale, aggiunto nel castello di Torino nel 1638, dalla Madama
Reale, Maria Cristina di Francia. I lavori di escavazione e
lavorazione durarono sino il 1642 dopo di che solo nel 1718 si
possiede la notizia della riapertura delle cave di Foresto e
Chianocco grazie a Filippo Juvarra, avendo il quale ottenuto il
compito di creare la facciata di Palazzo Madama, progetta una
superficie, interamente marmorea, per mascherare uno scalone che il
Mallè non esita a descrivere "il più stupefacente del '700 europeo".
Lo zoccolo è in marmo di Chianocco e il resto della facciata, in
bianco di Foresto, offre un ottimo supporto alle decorazioni
eseguite su marmo di Faetto, di miglior scolpibilità.
Guardando nuovamente il fronte della "cava-madre" vi si scorge in
alto a destra, una zona di coltivazione risultante la continuazione
della fascia di marmo cinerino del fronte principale; essa è
settecentesca ed è definibile, per la qualità del materiale, la
"zona dei bardigli", le cui tagliate sono ordinate e pulite in piani
geometricamente descritti, lavorati alla scalpellina, ove le
rigature della subbia, precise e parallele, creano una tessitura
superficiale continua e decorativa. Questo bardiglio è un marmo
saccaroide e compatto, più azzurrognolo del marmo cinerino e qualche
volta solcato da fiorite vene di quarzo, ma la sua reperibiltà è
scarsa, tanto da esser considerato già all'epoca un marmo raro e
perciò destinato alla fornitura di gradini e sogliette per il
Palazzo Reale. Questo gli valse il nome di "Bardiglio della Regina",
dicitura coniata dagli scalpellini locali non solo per evidenziarne
lo scopo reale, ma anche per dichiarare la bellezza di questo marmo
antico con il quale, essi, hanno lavorato con orgoglio come ci è
testimoniato nelle "marche" incise alla fine del '700 che , su
questa bancata, rappresentano tuttora i simboli di un'operosa
dedizione e di una religiosa speranza.
Note:
* :Il "Liber Fabrice" era un volume su cui venivano annotati gli
avvenimenti e i personaggi di spicco, durante le fasi di costruzione
di una fabbrica ecclesiastica.
** :Il "Liber Iornatarum" consisteva in un volume su cui venivano
registrate le spese di costruzione ossia relative al costo dei
materiali e della paga giornaliera dei vari operai e Magistri.
*** :Le "lezade" erano le cariche di materiale lapideo sui slittoni
di legno chiamate "lese".
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