UN'ANTICA COPORAZIONE ORA SCOMPARSA: GLI SCALPELLINI DI BORGONE
di Ferzini Frans (1999) © L'Informatore del Marmista, Verona, Giorgio Zusi Editore, n. 446, pp. 16-20
Nella Val di Susa era presente una confraternita la cui
tradizione risaliva al 1700. Patrona dei lavoratori della pietra era
Santa Lucia.
Borgone, in Val di Susa, a soli 38 km da Torino, è situato sulla
destra della Dora, alla base di balze rocciose e pendii boschivi ai
quali l'uomo aveva strappato con fatica vigne e cave di pietra, ora
purtroppo sommerse dai rovi e dalla incuria. Un tempo Borgone era
uno dei luoghi più importanti del Piemonte per ciò che riguarda la
coltivazione e la trasformazione delle pietre da taglio e
sicuramente la sede corporativa più importante della Valle di Susa.
Nel 1906 nel mese di gennaio, proprio a Borgone, si riunirono circa
70 lavoratori della pietra provenienti dalle diverse cave della
valle dando vita alla "lega scalpellini" (la valanga, 17/2/1906) che
riuniva in un mutuo soccorso i diversi centri operativi di
coltivazione quali Bussoleno, Vayes, Villarfioccardo, Avigliana e
Borgone stessa. Ciò permise l'unità delle tariffe di lavoro,
migliorie di trattamento e l'affiancamento di cooperative di consumo
per l'acquisto all'ingrosso dei generi di prima necessità e il loro
smercio al minuto ai soci.
Tuttavia ciò che avvenne in quel gennaio non fu che la conseguenza
allargata d'una tradizione preesistente che faceva di Borgone e le
sue borgate, una zona privilegiata. Esisteva infatti una
corporazione detta "di Santa Lucia" di cui oggi non rimane traccia
se non nella tradizione orale di pochi e in un'edicola votiva in
pietra alla cui base sono scolpiti in bassorilievo i simboli
corporativi di mestiere, un maglietto, due scalpelli, un compasso a
braccia convesse e una squadra. Il maglietto e gli scalpelli,
simboli dell'azione primaria, sono rispettivamente la volontà attiva
e quella passiva agenti sulla trasformazione della materia, la
volontà di Dio fattasi carne e tramite la sua palingenesi, il
compasso e la squadra, strumenti del "grande Architetto" che sono i
simboli di misura, giustizia e rettitudine. Il monumento riporta sul
piccolo timpano cuspidato il nome di Santa Lucia e il millesimo 1884
ma la tradizione orale vuole che una confraternita di lavoro fosse
presente sin dal 1700 almeno. Si sa, inoltre, che la santa era
venerata ed invocata in relazione alle proiezioni delle schegge di
pietra negli occhi e alle oftalmie della polvere. L'edicola
conteneva una statua della santa interamente scolpita in pietra di
Borgone (ora trafugata) che veniva portata in processione dagli
scalpellini nel giorno patronale del 13 dicembre.
Le prime tracce relative all'estrazione e coltivazione di pietre da
taglio sono risalenti al 1700 nell'attività d'una "molera" ossia una
cava adibita all'estrazione e modellamento di pietre da macina. La
cava dovette fermare la produzione già col nascere del 1800 per
l'introduzione sul mercato di nuovi tipi di materiali per la
fabbricazione di queste mole.
L'immagine che si ha della "molera" è grandiosa: una parete
rocciosa, chiamata dai locali Rocca Forà, è formata da lisce placche
che si ergono dal bosco di querce. Al centro di questa parete si
vede, apparentemente inaccessibile, una grotta dall'impressionante
dimensione, interamente scavata dall'uomo per estrarre le mole con
picconi, cunei, scalpelli.
L'accesso alla cava, difficile da percepire, avviene tramite una
serie di gradini scolpiti alla subbia su di una placca liscia a
40-45° di pendenza. La grotta appare nella sua magnificenza: le
pareti ed il soffitto sono interamente istoriati dai solchi
paralleli dello scalpello in una casuale decoratività ed ordinata
razionalità, ovunque si notano i dischi delle mole, ancora unite al
loro supporto siliceo, soltanto da staccare con punciotti e cunei.
Il fondo, di finissima lettiera, è lievemente in pendenza per
permettere una lizzatura dei pezzi.
Dall'800 in poi le cave di Borgone concentrarono la loro economia
sull'estrazione di pietra da taglio, in particolare uno gneiss a
struttura porfiroide estratto presso i territori di achit e
Chiampano, caratteristici borghi a ridosso di Borgone.
La pietra che si estraeva ad Achit è a struttura scisto-granitoide
molto compatta il cui fondo biancastro è picchiettato da piccole
particelle nere costituite da vari ossidi. La durezza e la
difficoltà che si avevano nel lavorarla l'hanno resa particolarmente
idonea per trasformarla in "bordure" stradali, banchine ferroviarie,
dardini e masselli per selciati stradali, modiglioni di semplice
fattura e balconate di notevoli dimensioni e spessori, paracarri e
dissuasori troncoconici oppure a boccia. Le committenze non
richiedevano pose in opera soltanto in valle, ma spesso a Torino e
Cuneo per il manto stradale, gli androni, le gradinate ecc. La
pietra estratta nelle cave e nel territorio di Chiampano, che nel
1895 era del concessionario Ronchi, era di maggiore pregio rispetto
quella di Achit, essendo ben adatta a qualsiasi lavorazione e ai
diversi tagli. Di colore bigio-cinerognolo possiede maggiori
stratificazioni, cosa che ha permesso i cosiddetti lavori di "fino"
con superfici alla martellina o allo scalpello in canti vivi e
modanature. Sono testimonianze gli stipiti a cornice del portale
della chiesa parrocchiale di Borgone, la modanatura orizzontale
della scalinata della chiesa della Gran Madre di Torino (1818), i
modiglioni di casa Alotto a Borgone (destinati ad una villa di
Cuneo), i capitelli della facciata della Corte d'Appello impostati
sulle colonne in Pietra di Vayes.
Un'eccezionale documentazione ci viene fornita da una foto risalente
al 1935 o '37 del concessionario Arnaud Ferdinando. La foto è stata
scattata in uno spazio esistente a fianco della stazione ferroviaria
in cui si ammassavano i lavorati pronti alla spedizione. In primo
piano si nota la parte superiore d'una bifora gotica destinata ai
lavori di restauro ex novo della Sacra di San Michele. Si sa che la
pietra utilizzata è proveniente dalla cava del concessionario Arnaud
che ha diritto ai lavori di restauro lapideo.
Ora Chiampano ed Achit tacciono, Ferdinando Ambrosia, settanta
passati, è praticamente l'unico autoctono rimasto ad Achit, si
ritene uno scampato alla silicosi per aver scelto la campagna alla
cava. Rammenta "il tintinnio dei mazzuoli, la concorrense dei
tagliatori di bordure che prendevano un tanto al metro, il via-vai
di carrettieri, l'immigrazione degli ex galeotti dell'isola d'Elba e
dei cavatori sardi negli anni '50" ed ancora: "...allora i Picapere
morivano a 50 anni, la polvere li ha uccisi tutti!".
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