LA RITRATTISTICA DI ERCOLE VILLA
di Ferzini Frans (2002) © Marmor, Verona, Giorgio Zusi Editore, n.77, pp. 26-29
Nato a Milano il 16 gennaio 1827, Ercole Villa giunse a
Vercelli nel 1855, su richiesta dell'architetto Dusnasi, per
realizzare la decorazione del timpano dell'attuale Liceo Classico in
via Carducci.
La sua formazione, avvenuta a Milano, fu precoce grazie all'assidua
frequenza all'Accademia di Brera e, in particolar modo, grazie allo
scultore Benedetto Cacciari, suo insegnante accademico che lo
accolse nel proprio studio, ove svolgeva lavori consolidati da anni
d'attività, per le committenze di Casa Savoia. Dopo le cinque
giornate del 1848, Villa si trasferì a Torino, frequentando
l'Accademia Albertina ove l'ambiente di formazione neoclassica del
Gaggini e del Bogliani, risultò congeniale allo scultore milanese
che nel 1854 espose alla Società Promotrice delle Belle Arti un
"putto giacente su un cuscino".
Fu tuttavia a Vercelli che raggiunse il massimo del successo dopo
aver scolpito il timpano sopracitato ed ancor più dopo aver scolpito
quattro delle dodici statue di apostoli poste nel 1860 sul
coronamento dell'atrio alfieriano del Duomo di Vercelli. Lavori che
gli valsero una notorietà tale da ottenere in breve tempo
committenze private a partire dai Gattinara, che già nel 1857 gli
commissionarono un monumento funerario per Feliciano nel cimitero di
Billiemme a Vercelli. Si tratta di un angelo mesto che
nell'abbandono d'ogni simmetria neoclassica si avvicina ad aperture
romantiche.
In oltre un cinquantennio di attività il Villa popolò la città di
Vercelli d'una selva di busti commemorativi, monumenti funerari e
importanti monumenti pubblici. Ma è nella ritrattistica funeraria
che si nota il passaggio stilistico-culturale del nostro
nell'esecuzione delle opere apparentemente più umili richieste
tuttavia per le committenze più abbienti e nobili.
Egli si allineò intorno alla fine del settimo decennio su posizioni
di maggior realismo come ci spiega un opuscolo di Giovacchino De
Agostini, edito nel 1869. Non nascondendo amore per il Vela o per il
Marocchetti, piuttosto che per Canova e il Sangiorgio, De Agostini
elogia il carattere romantico del Villa, la sua tecnica nel ritrarre
il costume femminile di quegli anni, senza che il verismo della
ritrattistica venga a nuocere all'austero carattere del soggetto.
Pare infatti che un apparente contrasto di leggerezza e gravità
diventino una costante stilistica, una ricerca ossessiva nella
ritrattistica funeraria.
Un simile contrasto caratterizza le figure angeliche delle due tombe
Tavallini, un angelo, memore d'una antica Nike, ha lo slancio
mercuriale della trasmutazione: un dito della mano destra proteso su
un arto torto nello spazio indica la via, quasi come un Mercurio del
Giambologna, mentre le ali, leggerissime, formano il contrappunto
geometrico, l'assimetria del fremito, il difficile distacco dalla
materia. Che contrasto col vicino busto di Antonio Tavallini (1881)
denso d'un ricordo austero, severo. colmo degli affanni umani,
seppure fiero e dignitoso.
Decine di busti vennero prodotti nella seconda metà del secolo,
scandendo la carriera dello scultore e il suo adeguamento ai moduli
formali imperanti nei diversi decenni. Dalle forme
architettonicamente semplificate e geometrizzanti delle prime opere
arrivò a dar spazio ad un realismo contenuto da leggere vene
idealizzanti, sguardi lontani verso punti fissi al di là
dell'orizzonte, severi e cogitanti. Come nel busto Beglia del 1866,
nel quale la cerimoniosa attitudine all'impettito non impedisce di
regalarci un'inconsueta eleganza e il muoversi dei ricci e dei
favoriti non impedisce al volto di tradire una sensuale severità ed
un intenso "distacco" materiale.
A partire dalla metà dell'ottavo decennio il realismo diventa
prezioso virtuosismo in esibizioni compiaciute dei particolari
somatici e dei corrispettivi caratteriali, di merletti, trine e
pizzo traforati, perle e nastrini. Talvolta i personaggi vengono
colti quasi di sorpresa in un momento qualunque con distaccate
partecipazioni alla vita sociale, come in un secondo busto dei
Beglia del 1881 nel quale solo un lieve fremito di vita accennata,
muove la sua statica impassibilità, una leggera e liquida malinconia
muove l'imperturbabilità del busto. I due busti dei Beglia,
recentemente restaurati (settembre 2001) offrono un ottimo confronto
tra due momenti operativi del Villa, accentuato dal contrasto tra lo
statuario e lo sfondo in nero del Belgio delle lastre epigrafiche e
delle due colonnette scanalate in Bardiglio che elevano i due busti
in modo virtuale e leggero.
Ma lo stile plastico di quest'ultimo periodo è notabile nel busto di
Laura Scappa del 1885. Le spalle ammantate d'uno scialle ricco di
pieghe e merletti, perline e trafori, sembrano sopportare il peso di
tal pesante tessuto che in un gorgo di nastrini si erge in un
colletto soffocante dal quelle la testa, dai forti caratteri
somatici tradisce una taciuta sofferenza ben dissimulata da altera
coscienza. Gli occhi, colti da un momentaneo bagliore, sono al di là
d'ogni scena, colmi d'intenso idealismo. La luce come contraddizione
all'opulente densità dei corpi.
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