UNO GNEISS PORFIROIDE DALLA STORIA PLURISECOLARE LA PIETRA DI VAYES IN VAL DI SUSA
di Ferzini Frans (1997)© L'informatore del Marmista, Verona, Giorgio Zusi Editore, n. 432, pp. 30-33
Il materiale è visibile in diversi edifici torinesi tra cui
Palazzo Madama e la sede della Corte di Appello.
Nella Bassa Valle di Susa, a 33 chilometri da Torino si perviene
tramite la Statale 24 del Moncenisio, al paese di Sant'Antonino di
Susa dal quale si raggiunge dopo un chilometro circa, il borgo di
Vaie. Questo caratteristico borgo è posto sulla destra idrografica
della Dora Riparia ed è ombreggiato da una folta macchia boschiva
dalla quale solo una roccia, la "Pera Ussa"(1) spunta come un
solitario guardiano. In realtà essa è la parte più evidente di un
contrafforte roccioso che estendendosi in direzione sud-est contiene
alcune cave di pietra da taglio un tempo estremamente adoperata e
conosciuta già in epoca romana.
Dalle cave locali, oggi tutte disabilitate, si estraeva una pietra
speciale per la struttura, la proprietà e per la colorazione le
quali sono completamente dissimili dalle caratteristiche delle altre
pietre coltivate nella valle e, per dirla col Blangino:
"...corrisponde ad una specie di granito molto resistente agli
agenti atmosferici, durissima, tenace e non tanto facile a
lavorarsi..." (Blangino, Delle principali cave di pietra da taglio
dell'Alta Italia, 1895). In effetti, la Pietra di Vayes", risulta
uno gneiss porfiroide con struttura granulare assai simile al più
conosciuto Gneiss di Borgone, da quale differisce per la
distribuzione grossolana dei grani e per la loro colorazione
variopinta con prevalenza generale al bigio-verdognolo su cui i
quarzi bianchi creano picchiettature dalle dimensioni e forme
diverse tra le quali la croce non è rara. La densità è, come per lo
Gneiss Borgone, di 0,66 ovvero pari ad un peso apparente medio di
2660 Kg/m3.
La cava più significativa è senza dubbio quella diretta dai Fratelli
Pent, posta appena fuori il paese, in località Ca' Podere Pradera,
luogo che il Blangino chiama "Grangia Picheria", ossia luogo in cui
si lavora la pietra. Qui a testimoniare la "Picheria", rimane un
piccolo edificio a vano unico, dai muri in sasso e malta e il tetto
in coppie "lose" assai simile allo stile costruttivo delle baite
montane dalla tradizione pastorale ed è l'unico esempio di "loggia"
per la lavorazione della pietra, visibile nella zona ed è conosciuta
popolarmente col nome "Ca' del Picapere"(2).
Dietro questa, un piccolo spazio erboso addossato al monte,
costituiva il modesto piazzale di cava, ove ancor oggi, occultati
dall'avanzare del bosco, si trovano disseminati i semilavorati, gli
scapoli e i "trovanti"(3) più o meno squadrati alla punta e recanti
l'inconfondibile traccia del taglio a spacco eseguito con i "punciotti"(4).
Il fronte di cava principale era rivolto a nord e sfruttava il
materiale dei contrafforti della "Pera Ussa" la cui roccia viva e i
suoi trovanti hanno l'inconveniente di contenere diverse falle e
peli frequenti, inoltre il letto di posa è assai ondulato e posto in
senso irregolare, motivi questi che impedivano la possibilità di
ottenere una gran quantità di blocchi di notevoli dimensioni.
Sappiamo che il metodo di lavoro qui usato era, agli inizi del
secolo, quello adoperato comunemente nelle altre cave di granito e
gneiss, consisteva cioè nel mettere a nudo la viva roccia dopo aver
tolto la parte boschiva, la terra e i detriti che la ricoprivano e a
forza di piccone si asportava la zona delle "rocce morte", ossia il
cappellaccio, che qui poteva raggiungere un'altezza variabile tra i
0,50 e i 2 e più metri. Trovata la roccia sana si ottenevano le
varate di singoli massi mediante l'esplosione di mine a polvere
pirica poste all'interno di perforazioni faticosamente praticate con
le barremine, i massi venivano poi spinti con pali di ferro e curri
di legno oppure, legati convenientemente, erano trascinati da un
argano meccanico che trovava il suo basamento su un grosso trovante
addossato
al fianco destro della Picheria. Arrivati al piazzale di lavoro i
massi erano sottoposti alle diverse finiture le quali non
risultavano troppo facili sia per il gran consumo di utensili che
per una maggiore mano d'opera da impiegare nella riquadratura e
nello spianamento, nei vari tagli occorrenti e soprattutto nel
"taglio al masso", come ci è dimostrato dal grosso blocco ancora
presente ai piedi del fronte di escavazione.
Esso mostra una serie di tacche profondamente incise e disposte in
serie, verticalmente, ossia la "cuniera"(5) la quale doveva
possedere i suoi pozzetti estremamente ravvicinati e i punciotti
dovevano esservi percossi a "suon di mazza" ed infissi a forte
profondità nella pietra, onde ottenerne la scissione e ciò a causa
della straordinaria durezza e per il tenace raggruppamento delle sue
specie minerali compositive(6).
Nonostante i diversi problemi tecnici, i bollettari di produzione
dei Fratelli Pent, conservati nell'archivio della Biblioteca di
Vaie, ci mostrano grandi forniture ed una frenetica attività, in
particolar modo agli inizi del secolo, con invii di materiale a
Torino e in altre zone del Piemonte, si tratta di lavorati destinati
soprattutto a resistere alle intemperie e agli sforzi a cui vengono
assogettati, in modo particolare per "rotaie stradali", banchine
ferroviarie e stradali, cordoli, paracarri e modiglioni dei quali la
stessa Vaie rappresenta il miglior campionario nei viottoli del
borgo e i suoi balconi in pietra. I lavori di finitura erano i
classici trattamenti di "pelle", come allora si definivano e
potevano dividersi in lavori a "pelle grossolana", eseguiti con la
subbia in uno spuntato grosso, "pelle media" eseguita alla subbia in
uno spuntatino medio-fino o alla martellina o la bocciarda a denti
piccoli, talvolta si potevano avere lavori allo scalpello per "pelli
modanate", per morioni o paracarri la cui testa era sagomata alla
bocciarda, sfumata nello spuntato grosso e ravvivata da alcuni piani
allo scalpello, le parti di connessione tra due blocchi o il
nastrino(7) d'un massello, poteva recare il "canto vivo", abilmente
eseguito su una pietra che certamente non accetta lavori di fino. Di
queste tipologie operative, nuovamente il Blangino ci offre un'idea
di prezziario nel 1895 con la differenza conseguenziale dei costi in
base al tipo di prodotto acquistato e dal luogo d'acquisto.
Tra le opere in "Pietra di Vayes" ricordo il Monumento ai Caduti,
inaugurato il 25 aprile 1995 nella piazza del Priore nel centro di
Vaie, esso è costituito da tre moduli litici estratti dai cavatori
di inizio secolo e donati al comune dalla famiglia Pent. Uno dei tre
blocchi si erge a monolite per circa tre metri in un contrasto
simbolico tra forma-materia e spazio ed è il supporto di una lieve
caduta idrica in quel celtico ricordo del magico rapporto tra acqua
e roccia. Il monumento è stato scolpito alla subbia e tagliato coi
dischi diamantati dallo scultore Ferzini e dal pittore e architetto
valsusino Giancarlo de Leo.
Anche Torino ha beneficiato delle buone qualità della Pietra di
Vaie, nella fede incontrastata ed espressa nei prestigiosi lavori
architettonici, primi tra i quali cito lo zocolo di Palazzo Madama e
le bellissime colonne, ritmate sui due ordini, della facciata
juvarriana della chiesa di Santa Cristina, eretta nel 1718, il
colonnato severo e rigoroso della facciata della Corte d'Appello del
1838 ed ancora plinti, dati e basamenti per le innumerevoli statue
ottocentesche.
... Pur tuttavia non posso dimenticare, nelle malinconiche
passeggiate d'autunno, d'osservare il lastricato delle vie del
centro, le cui lastre in "Pietra di Vayes", assieme allo Gneiss di
Borgone, Bussoleno e di Luserna formano il cocerto tonale delle
maturazioni acide e basiche(8) che la pioggia ama tanto evidenziare.
Un ringraziamento particolare va al Sindaco di Vaie, la signora
Giglini, per l'aiuto datomi ad accedere all'archivio.
Note:
(1) Letteralmente Pietra Aguzza ed indicata su cartina I.G.M. come
Roccia Aguzza
(2) Letteralmente "Casa dello scalpellino"
(3) Termine per indicare i massi erratici di piccola e media
dimensione
(4) Cunei da spacco per la roccia
(5) Indica l'insieme degli alloggiamenti in cui inserire i punciotti.
Era ricavata a scalpello dando la caratteristica forma delle tracce
a rettangolo con sezione a "V"
(6) Particolarmente dura risultava la scissione del blocco nel senso
dello "Strozzo" ovvero trasversalmente e perpendicolarmente al piano
di posa.
(7) Termine da scalpellino per indicare gli spigoli tagliati vivi e
netti in un massello
(8) La differenza del feldspato nello gneiss può produrre
colorazione diversa a seconda se è predominante l'ortosio (acido)
oppure il plagioclasio (basico) accentuata, per maturazione dei
litotipi, dagli agenti atmosferici
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