LA FACCIATA RESTAURATA DELL'OPERA NOSTRA SIGNORA DELLA SALUTE
di Frans Ferzini © Opera Nostra Signora della Salute
È sicuramente un'emozione unica, quella concessami, di
poter salire sulle impalcature per i restauri della facciata della
nostra chiesa. Man mano che si sale osservo i blocchi squadrati,
provenienti dalla cava di Borgone di Susa, rinnovati nel colore
dalla recente pulitura.
Essi compongono sapientemente il tessuto murario dell'intera
facciata e del prodigioso arco principale che col suo diametro di 14
metri si compone di ben 103 conci rigorosamente squadrati.
Visto dal basso, quest'arco, benché monumentale, non impressiona
minimamente a differenza delle dimensioni che assume da vicino con
la sua campata infruibile da così poca distanza. Non riesco a non
pensare, come lavoratore della pietra, alla maestria dello scalpello
che ha estratto i blocchi dalla cava, e poi sapientemente
acconciati, dall'informità li ha trasformati in forma razionale il
cui compito è quello di comporsi l'una con l'altra sino alla
costituzione d'un insieme saldo e duraturo.
Penso ancora a coloro che hanno trasportato ogni singolo blocco e
posto in opera sulla gigantesca centina disarmata nel 1899.
La frenesia mi porta direttamente in cima, verso la cuspide
centrale, ove è stata collocata nel 1901 la statua del Redentore.
Essa è realizzata in cemento bianco da un modello originale in
argilla e ciò lo si denota dalla forte plasticità del tessuto e di
alcune parti dell'Incarnato. La pulitura recente e il ripristino di
alcune parti corrose dalle sempre più insidiose piogge acide, hanno
rivitalizzato il rapporto chiaroscurale di questo pezzo monumentale,
gli elementi maggiormente aggettanti, quali il braccio destro
benedicente, le pieghe panneggiate e i rilievi principali del Sacro
Volto, guadagnano nel loro aspetto tridimensionale una luce maggiore
ed un concetto di innalzamento etereo che le striature nere
preesistenti annullavano.
Questo è naturalmente valido anche per le magnifiche formelle
decorative che incorniciano gli spioventi del tetto. Esse
rappresentano nella continuità modulare quell' “opus panpinaceum”
tipico della tradizione cristiana che coi suoi frutti, foglie e
viticci simboleggiano la Vigna del Signore, quell' “Hortus
conclusus” a cui dobbiamo aspirare.
Così scendendo lateralmente trovo agli incroci tra i salienti del
tetto ed il muro in conci, la formella quadrata formata da quattro
cerchi inscritti nel quadrato e formanti al centro una croce con un
altro cerchio nel mezzo.
Anche questa formella è cementizia ed è chiara la sua tradizionale
motivazione simbolica ove la croce, che ci rammenta il Cristo e la
sua Passione, porta nel mezzo il “Centro” d'ogni cosa, Dio Padre
Grande Architetto Universale, i quattro cerchi che lobano la croce
sono il simbolo dei quattro evangelisti il cui compito assegnato dal
Maestro fu quello di dirigersi simbolicamente verso i quattro angoli
del mondo per diffondere la verità.
Il quadrato che riquadra il tutto non è casuale bensì corrisponde al
valore terrestre da convertire in spiritualità pura, ossia la
considerazione della materialità come una “materia prima” che
plasmata da mani esperte si trasmuta in pensiero sublime.
Ben diversa è la situazione dei monumenti equestri posti a lato
sulla metà inferiore della facciata. Essi sono stati inaugurati nel
settembre 1906 ed effigiano i due principi, Vittorio Amedeo II ed
Eugenio di Savoia a memoria della vittoriosa battaglia del 7
settembre 1706: sono dono di Sua Maestà la Regina Madre Margherita
di Savoia la quale permise, inoltre, l'epigrafia sottostante i due
cavalli. Il modellato, recuperato dal restauro sia nel colore che
nelle forme, è dello scultore Andrea Bonino che evidenzia in modo
classico l'aspetto commemorativo dell'opera e con ricercata mimesi
settecentesca accentua il nervosismo dei cavalli in un movimento
anatomico del tutto simbiotico col cavaliere e formanti
nell'impennata il simbolo del trionfo guerriero con l'appoggio della
giustizia divina e regale.
Ora i ponteggi sono stati finalmente tolti e posso rivedere con
rinnovate sensazioni la facciata della chiesa ammantata di nuovo
candore. Per me è stato un motivo per soffermarsi in modo più
profondo agli aspetti che compongono quest'opera, riordinando
accuratamente ogni frammento della simbologia la cui tradizione,
originatasi col primo cristianesimo, passa attraverso i costruttori
di cattedrali ed arriva a noi ancora carica della sua ricerca di
purezza operativa: è un bene questo da cogliere come un fiore di
saggezza dal momento che oggi osserviamo il lento decadere della
coscienza di fede, della consapevolezza dei fini e del valore delle
proprie azioni e di vita.
Per tal motivo m'impegno, seppur modestamente, alla diffusione
conoscitiva del contenuto prezioso di questo scrigno sacro oggi
riportato a maggior fruibilità ed a tal proposito desidero indurre
lo sguardo, di tutti coloro che sostano dinnanzi a questo sagrato,
verso l'alto, un alto che vuol esser simbolico ed interiorizzato,
magneticamente concentrato nell'occhio mistico effigiato nel centro
di questa facciata ecclesiale.
Esso è il rosone allusivo all'universo simbolico in cui già il
termine alludente alla rosa riporta a Maria, la nostra Rosa Mistica,
di cui vediamo centralmente il monogramma che in modo completo
dichiara il suo nome: Maria Vergine e di riflesso la nostra
preghiera di saluto dell'Ave Maria ma soprattutto il riporto al
Cristo e al suo Vangelo nella verità espressa dell'Alfa e
dell'Omega.
Il rosone è innalzato come un'ostia al di sopra del triplice spazio
colonnare, triplicità nuovamente espressa al di sopra del Redentore
in quei piccoli archetti pensili.
Così dal basso ritroviamo in alto il nostro destino come in quella
stellarità che ruotando attorno al rosone ci avvicina non soltanto
al simbolico numero apostolico del dodici ma anche a quel medievale
zodiaco che fa di noi particella universale di Dio.
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