IL "CAMPANILE NUOVO" DI NOTRE DAME DI CHARTRES
di Ferzini Frans (2003) © Marmor, Verona, Giorgio Zusi Editore, n. 79, pp. 30-33
I racconti e le leggende medioevali formatesi attorno ad un
incendio, la distruzione da parte di un un'orda barbarica, un
terremoto, assumono inevitabilmente qualcosa di catastrofico:
l'oscuro presagio di un'apocalisse imminente, di una punizione
divina contro la stoltezza umana.
Ma l'atmosfera catastrofica che aleggiava nel 1194 dopo l'incendio
della romanica Notre Dame di Chartres mutò con il notare che le
reliquie della Madonna, ivi custodite, si erano miracolosamente
salvate: prodigio attribuito ad un bisogno di rinnovamento, tanto
che la Madre di Dio finì per esser dichiarata l'incendiaria della
propria Chiesa.
Posta nel dipartimento di Eure-et-Loir, a 75 km a sud-ovest di
Parigi, la Chiesa di Notre Dame di Chartres diviene, in virtù del
citato incendio, quella "scatola da costruzione" tipica della fine
del XII secolo, che ne fanno una sintesi delle tipologie gotiche più
antiche e il più straordinario santuario mariano di Francia.
La facciata, parzialmente risparmiata dall'incendio, conserva ancora
parti romaniche del 1145 in un triplice portale, chiamato dei Re, ai
lati del quale sono impiantati due campanili dalla base sobria e
possente. Il campanile di destra, detto Clocher Vieux, è del 1145-65
e quello di sinistra, il Clocher Neuf, è costruito nell'arco di
tempo che va dal 1134 al 1150. La guglia è del XVI secolo ed è così
ben allineata stilisticamente col gotico fiorito (in felice sintesi
tra il rayonnant e il flamboyant) che l'intera torre campanaria
fornisce un passaggio stilistico privo d'urti e colmo di sfumature
plastiche che dal materico basamento romanico si eleva e diviene
decisa verticalità per sovrapposti costoloni. Un gioco di
chiaroscuri e un vorticare di spirali, trafori e forme rastremate
che finiscono nel coronamento.
Il gioiello filigranato non cede nella sua ossessiva rarefazione
formale, anzi la piramide ottagona della flèche diventa il simbolo
stesso della germinazione, i costoloni ricalcanti gli spigoli
determinano la raggianza convergente nella sommità massima, nel
punto deiettivo rovescio delle richieste verso Dio, al punto
quintessenziale supremo ove il Corpo di Cristo s'è ormai trasmutato
nella pura luce della propria resurrezione.
Il canto vivo è ritmato dai fiori rampanti, i gattoni, che
interrompono e spezzano una luce eccessivamente convogliata ad un
centro la cui perdita equivarrebbe alla dannazione eterna.
La scaletta interna, stretta e ripida, sale inesorabilmente in una
sezione angusta la cui forma è la magica spirale, costruita sulla
torsione di innumerevoli quadrati sovrapposti in pianta e ruotati ad
affermare l'enigna geometrico in cui il quadrato, figlio del
triangolo, si muove in virtù del cerchio.
Il budello sale modulare nella chiara pietra di Berchere, un calcare
duro e compatto di cui l'intera costruzione è costituita con
superficiali intimità operative, colpi di layure, l'ascia da pietra
che ha tagliato e modellato, denti di asce a grain-d'orge che hanno
reso umanamente comprensibile quell'ossessiva verticalità, modulata
da un corpo sottile quadrangolare, il "limon" che torcendosi ad ogni
piano, che accentua in un estasi vertiginosa l'idea della
trivellazione dello spazio, d'un flusso veloce che genera energia,
che dona la vita in quel vuoto immenso che per Meister Eckart separa
la luce dalle tenebre in un silenzio infinito.
E' una risalita dal buoi, un viaggio iniziatico che porta alla luce,
alla chiarificazione che ci accoglie nel loggiato aperto esterno,
ricco di trafori, sbriciolamenti materiali, quasi come se quella
materia non fosse che una porzione di spazio solidificato.
Le ogivali bifore sono private del loro trumeau riducendolo ad un
simbolico "pendent retombant", l'insieme dei pinnacolini del
coronamento rivelano l'aerea sostanza nella traforata materia, i
gables sono incrostati sulle pareti provate dal tempo che, come
forni alchemici, trasmutano sostanze dense in forme vaporose,
cariate rappresentazioni della sublimazione corporea.
Non è corrosione materiale, è punto d'incontro tra due piani fisici,
là ove il terreno diviene celeste che da intima visceralità
dell'oscuro brano anatomico, diventa sussulto luminoso
nell'orgiastica svettanza e nei rimbalzi degli archi rampanti
polilobati, nel magnetico vuoto che ti spinge in alto... o ti fa
gettare in basso. E' a questo livello che si può notare la
fissazione materiale dell'idea di opera perfetta dello scalpellino,
sul contributo costante per la resa alla leggerezza dell'eterno
costruttivo, ad uno spazio come simbolo del vuoto, tramite qualcosa
che non è corporeo, ove quel che è solido viene sottratto alle leggi
naturali privandola di peso, sollevato dai costoloni e dalle lame di
luce filtrata dai contrafforti volanti, dai quali, di tanto in
tanto, fantastici animali proteggono l'accesso a misteri più grandi.
...Vorremmo salite ancora!
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